Violenza di genere, a Fiumicino i ragazzi interrogano lo Stato: “Cosa succede dopo una denuncia?”

Nell’aula consiliare un confronto diretto tra studenti, magistratura, forze dell’ordine, istituzioni ed esperti. Il dato delle circa 800 segnalazioni in tre mesi nel comprensorio di Civitavecchia conferma la necessità di prevenzione, ascolto e cultura del rispetto

A Fiumicino la lotta alla violenza di genere è passata attraverso le domande dei ragazzi. Non domande generiche, ma interrogativi concreti, diretti, capaci di andare al cuore del problema: cosa succede dopo una denuncia? Chi protegge una vittima? Quali conseguenze subisce chi commette abusi? E come si può riconoscere una relazione che sta diventando pericolosa?

L’aula consiliare del Comune di Fiumicino si è trasformata così in un luogo di confronto vivo, dove la legalità è uscita dai codici ed è diventata dialogo, ascolto, educazione. Per quasi tre ore studenti, istituzioni, magistratura, forze dell’ordine, associazioni ed esperti si sono confrontati su un tema che continua a segnare la cronaca e la vita di molte famiglie: la violenza contro le donne.

Gli studenti protagonisti di una lezione di legalità

A riempire l’aula consiliare sono stati gli studenti dell’Istituto d’istruzione superiore Paolo Baffi, guidati dalla dirigente Marzia Canali, e quelli dell’Istituto comprensivo statale Porto Romano, accompagnati dalla dirigente Lorella Iannarelli.

La loro presenza non è stata soltanto simbolica. I ragazzi hanno ascoltato, partecipato e incalzato i relatori con domande precise, dimostrando quanto il tema della violenza di genere sia percepito come vicino, urgente e bisognoso di risposte chiare.

In un tempo in cui molti adolescenti apprendono modelli relazionali attraverso social network, musica, televisione e contenuti digitali, portare questi temi dentro un confronto istituzionale significa offrire strumenti per distinguere l’amore dal possesso, il conflitto dalla sopraffazione, la fragilità dalla violenza.

Il Tribunale di Civitavecchia e il peso delle segnalazioni

Uno dei momenti centrali dell’incontro è stato l’intervento della dott.ssa Marina Mannu, Sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Civitavecchia. Il magistrato ha spiegato agli studenti cosa accade quando arriva una segnalazione, come funziona il Codice Rosso e quali passaggi vengono attivati per valutare il rischio e tutelare le vittime.

Dal confronto è emerso un dato parziale ma significativo: circa 800 segnalazioni in soli tre mesi nel comprensorio di competenza. Un numero che racconta la portata del fenomeno e conferma quanto sia necessario un monitoraggio costante, capace di leggere ogni situazione nella sua complessità.

Dietro ogni fascicolo non ci sono soltanto atti giudiziari, ma storie familiari, relazioni difficili, paure, silenzi e richieste di protezione. È per questo che il lavoro della magistratura richiede rigore, equilibrio e una rete territoriale pronta a intervenire.

Codice Rosso e legge 168 del 2023: la tutela deve essere tempestiva

Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il percorso normativo che ha portato l’Italia a rafforzare progressivamente gli strumenti contro la violenza di genere. Dall’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore nel 1981 fino alle misure più recenti introdotte con la legge 168 del 2023, la risposta dello Stato si è fatta sempre più attenta alla protezione delle vittime.

Il Codice Rosso rappresenta uno degli strumenti principali per accelerare l’intervento nei casi di violenza domestica e di genere. La tempestività, infatti, può fare la differenza quando una situazione rischia di degenerare.

Ma la legge, da sola, non basta. Può proteggere, punire, intervenire. La prevenzione vera, però, inizia prima: nell’educazione, nel linguaggio, nella capacità di riconoscere i segnali di controllo e nella costruzione di relazioni fondate sul rispetto.

Quando la violenza nasce dal possesso

La psicoterapeuta e criminologa Oriana Volpicelli, membro del consiglio direttivo dell’associazione La Scuola di Atene, ha coinvolto gli studenti in una riflessione sulle radici psicologiche e relazionali della violenza.

Attraverso casi concreti, ha mostrato come certi comportamenti aggressivi non nascano all’improvviso, ma siano spesso il risultato di dinamiche di possesso, controllo, frustrazione e incapacità di accettare la libertà dell’altro.

È su questo terreno che l’educazione diventa decisiva. Riconoscere una gelosia che si trasforma in controllo, una parola che umilia, una minaccia mascherata da amore, significa intervenire prima che la violenza diventi fisica o irreversibile.

Le parole che raccontano la violenza possono cambiarne la percezione

Un passaggio importante del dibattito ha riguardato il linguaggio dei media. Il giornalista professionista Angelo Perfetti, direttore del quotidiano ilfaroonline.it, ha evidenziato il rischio di una narrazione che, anche inconsapevolmente, finisce per attenuare la responsabilità dell’aggressore.

Espressioni come “raptus”, “follia omicida” o “pazzo d’amore” possono trasformare un atto di violenza in qualcosa che appare improvviso, incontrollabile, quasi inevitabile. In questo modo si rischia di cancellare la dimensione strutturale del femminicidio, che spesso nasce da una dinamica di potere e dominio.

Per i giovani, abituati ad assorbire parole e modelli da molteplici canali comunicativi, imparare a leggere criticamente il linguaggio è una forma di prevenzione. Le parole possono normalizzare la violenza oppure smascherarla.

Istituzioni, forze dell’ordine e associazioni: una rete necessaria

Il convegno, organizzato e coordinato dall’avvocato cassazionista Gianfranco Carluccio, ha visto la partecipazione dei rappresentanti del Comune di Fiumicino, tra cui il sindaco Mario Baccini, il presidente del consiglio comunale Roberto Severini e l’assessore ai Servizi sociali Monica Picca.

Presenti anche rappresentanti delle forze dell’ordine: il vice questore Pamela De Giorgi del commissariato di Polizia di Fiumicino, il tenente Simona Speranzoso della Guardia di Finanza, il maresciallo Corosu dei Carabinieri e il vice comandante della Polizia Locale Oriana Bruschi.

Accanto alle istituzioni, le associazioni Donne per la Sicurezza, con la presidente Barbara Cerusico, il Gruppo Fratres Fiumicino Donatori Sangue, con la presidente Roberta Zoppo, La Scuola di Atene e la Fondazione Anna Maria Catalano, rappresentata da Sergio Estivi, hanno confermato l’importanza di una rete territoriale ampia e stabile.

Spezzare il silenzio, costruire consapevolezza

L’incontro di Fiumicino ha mostrato che parlare di violenza di genere con i giovani non significa spaventarli, ma renderli più consapevoli. Significa dare loro parole, strumenti e riferimenti per riconoscere ciò che non va, per chiedere aiuto, per non restare soli davanti a situazioni di abuso o sopraffazione.

Il dato delle circa 800 segnalazioni in tre mesi nel comprensorio di Civitavecchia ricorda che il fenomeno non può essere considerato marginale. Richiede attenzione continua, collaborazione istituzionale e una svolta culturale profonda.

Da Fiumicino arriva un messaggio chiaro: la prevenzione non comincia solo nei tribunali o nelle caserme, ma anche nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi della politica e del confronto pubblico. L’aula consiliare, per un giorno, è diventata tutto questo: un laboratorio di legalità dove i giovani hanno potuto guardare lo Stato negli occhi e chiedere risposte.

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